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SCANAVINO & OGGERO CONSULENZE / News / MI FIDO DI TE

MI FIDO DI TE


MI FIDO DI TE
Fa freddo a Milano in gennaio e se fai l’idraulico nei cantieri e hai 59 anni, beh!

E’ dura. Chi non c’è mai stato non immagina quanto freddo possa esserci in un palazzo in costruzione!



La ditta per cui lavora Livio, la Termo********** ********** nel gennaio del 2003 ha firmato un contratto per realizzare gli impianti di condizionamento degli uffici di un nuovo complesso industriale.

“Il giorno prima” dirà Piero, un collega di Livio, “io e il titolare della ditta siamo stati in cantiere per visionare i lavori e prendere le misure”.

Dentro la palazzina ci sono i muratori dell’impresa principale e quelli che rivestono le pareti di carton-gesso, altri lavorano nel grande capannone. Sono in tanti, non tutti si conoscono e c’è la necessità di coordinarsi e programmare bene i lavori per non sovrapporsi. Prevedendo ciò, l’impresa principale aveva richiesto al sub appaltatore, l’Edil******** srl, di mantenere in cantiere un suo incaricato, con lo scopo di collaborare ed integrare il ruolo del Coordinatore per l’esecuzione dei lavori.

Per tale funzione l’Edil******* ha stipulato un contratto di collaborazione con il geometra F.B.

La palazzina uffici è a due piani e nel corridoio principale c’è il vano dove dovranno installare l’ascensore. Al posto delle porte ci sono delle tavole che sbarrano l’accesso al vano, per non cadere giù. Livio e il collega Piero hanno bisogno della corrente per i loro attrezzi. C’è un solo quadro elettrico ed è in cortile.

Tutti si organizzano con le prolunghe e lo fanno anche loro. Per comodità ne fanno passare una dalla finestra, ma questo non piace al geometra di cantiere: “ragazzi mi sporcate la facciata” dice, “fatela passare per il vano ascensore”.

E’ Piero a fare quel lavoro. Dal secondo piano, lega il cavo ad una tavola di legno che fa da parapetto del vano ascensore e butta giù l’estremità del filo, che poi collegherà al quadro elettrico.

Piero e Livio lavorano tutto il giorno.

Stanno all’esterno, su di un terrazzino, fa un freddo cane.

E’ ormai tardi. Dopo le diciassette, d’inverno è già buio ed i pulmini di alcuni compagni sono andati via perché la strada del ritorno è lunga e le giornate in cantiere pesano il doppio.

“Tu rimetti a posto gli attrezzi” dice Livio a Piero: “che il cavo lo ritiro io”.

Il vano ascensore è li vicino. Livio osserva quelle tavole messe a croce sul vano vuoto dell’ascensore. Il cavo elettrico è legato con un cordino alla tavola posta in diagonale, ci vuole poco a slegarlo, basta solo trattenerlo ben saldo, per evitare che poi cada giù.

Fa un po’ paura quel buco nero! Due piani di tre metri ciascuno più la buca dell’ascensore, beh... saranno almeno sette metri! Ma Livio è tranquillo, lui si fida di chi ha fatto il parapetto.
D’altronde sul lavoro bisogna fidarsi dei propri compagni: ”siamo tutti sulla stessa barca, pochi soldi e tanta fatica”. Il nodo fa un po’ di resistenza, forse è colpa del cavo che tira.

Livio si appoggia alla tavola, perché Livio si fida! Un tonfo!

Legni che sbattono! Buio in fondo alla buca! Qualcuno ha sentito, qualcuno chiama! Uno avvisa Piero!

“Non so chi è stato, era il primo giorno di lavoro e non conoscevo i loro nomi” dirà Piero.

E Piero accorre. Dov’è Livio?

C’è il cavo che penzola nella buca ma non vede più la tavola dove l’aveva legato al mattino! Giù di corsa, i gradini a due alla volta. Livio è a terra, nel pozzo buio dell’ascensore. Il telefono! Chi chiama l’ambulanza? Sta arrivando! Dai Livio resisti! Ma Livio non resiste. Alle 20,30 muore in sala operatoria.

C’è freddo il giorno dopo in cantiere, c’è freddo sulla pelle e nel cuore. Fa sempre freddo quando muore un lavoratore (fosse stato persino agosto!)

“Cerchiamo di capire”, dice il dirigente della Polizia Locale, che la sera prima ha sequestrato il cantiere. “Chi è il responsabile del cantiere?” Chiedono gli ispettori dell’ASL.

Gli ispettori guardano la scena del fatto: sono stanchi di arrivare sui luoghi di lavoro per capire come e perché qualcuno si è fatto male, sono stanchi di scrivere rapporti ad un giudice.

Vorrebbero parlare di prevenzione e invece, troppo spesso, devono raccontare di dolore e di morte, ma è il loro mestiere e devono farlo bene. “Guardiamole queste tavole, vediamolo questo parapetto!” Salgono in fretta le scale.

Al primo piano le idee cominciano a farsi più chiare. Tre assi di legno sbarrano il vano vuoto dell’ascensore, dietro di esse pende un cavo elettrico a cui sono legate altre due assi.
Ancora un piano e la scena prende corpo.

Davanti al vano ascensore c’è un’asse posta in diagonale, sotto di essa il cavo elettrico che penzola nel vuoto. Quel maledetto cavo che Livio aveva intenzione di recuperare e di cui ne ha seguito la corsa.

Gli ispettori osservano, ma non è facile neanche per loro. Bisognerebbe sporgersi verso il vuoto per osservare bene, ma non si può, non si deve! “Meglio se andiamo giù a scattare le foto, si è meglio è più sicuro”, concordano gli ispettori.

Entrati nella buca dell’ascensore la prima cosa che salta all’occhio sono i resti del soccorso: gli indumenti di Livio tagliati dagli infermieri, i resti delle medicazioni, macchie di sangue.

Muovendosi con delicatezza, quasi con pudore, volgono lo sguardo verso l’alto e osservano i parapetti o ciò che rimane di essi, al primo e al secondo piano.

“Ma le tavole erano inchiodate dall’interno del vano ascensore! Ed i chiodi non erano neanche piantati fino in fondo! Come poteva mai resistere ad una spinta dall’esterno?” Gli ispettori non dovrebbero, ma si arrabbiano! “Chi lo ha realizzato? Chi lo ha controllato? Convochiamo i testimoni!”

Hassan, il titolare della ditta dei gessisti, dirà: “Quando sono arrivato in corrispondenza dello sbarco ascensori, sia al primo, sia al secondo piano, vi era un parapetto formato da tre fodere di legno poste orizzontalmente che erano fissate sull’esterno del vano ascensore su tre montanti verticali, inchiodati alla porta.

Il parapetto mi impediva di eseguire il lavoro e quindi ne ho parlato con il geometra, il quale mi ha detto di chiedere ad un operaio che lavorava sul piano, non ricordo chi, per togliere e sistemare la protezione in modo che potessi lavorare.

L’operaio ha tolto il parapetto preesistente e ne ha realizzato un altro, in legno, che ha fissato internamente al vano ascensore”. Salvatore, un anziano muratore dell’impresa esecutrice dirà: “Prima tutte le aperture del vano ascensore erano state sbarrate dall’esterno, con tre tavole orizzontali e una verticale in mezzo. Poi i gessisti hanno chiesto di togliere quello del secondo piano, perché dovevano mettere il carton-gesso. Hanno detto di fissarlo dall’interno. Hanno anche detto che ne avevano parlato con il geometra di cantiere.

Allora io ho inchiodato le estremità delle tavole al muro interno dell’ascensore. Quella verticale non l’ho messa perché era corta”.

Agli ispettori fa male verbalizzare quelle dichiarazioni. “Chi può mai pensare che delle tavole di legno, semplicemente inchiodate dall’interno, possano resistere alla spinta di un corpo?
Come può una tavola, fissata in quel modo, al contrario, resistere al peso di un tuo compagno di lavoro?

E’ questa la domanda che dovrebbero porsi tutti: architetti, ingegneri, geometri, carpentieri, muratori, compagni di lavoro. Non serve una legge che lo dica. Basta il buon senso.

Si capisce che è un parapetto per finta! Livio era un idraulico e non s’intendeva di parapetti, ma lavorando nei cantieri sapeva che c’era qualcuno addetto a costruirli e a farli per bene, poi c’era il geometra che doveva controllare la buona esecuzione dei lavori e, ancora, il coordinatore della sicurezza, che doveva prevedere la sequenza dei lavori e fare in modo che ci fosse sicurezza, sempre.

Quindi se nella buca dell’ascensore c’era un parapetto fatto in quel modo voleva dire che qualcuno se ne era occupato.

Dunque Livio si fidava.

Erano i suoi compagni di lavoro.

Il vocabolario alla parola “compagno” recita così: – dal latino cum panis – colui che mangia il pane con te.
Livio si è appoggiato al parapetto perché si fidava di coloro che mangiavano il pane con lui.
Livio era fatto così.

[fonte DORS – CENTRO REGIONALE DI DOCUMENTAZIONE PER LA PROMOZIONE DELLA SALUTE - A cura di Emilio Duminuco PSAL ATS Milano - Ex ASL MI 1]

…“Non serve una legge… basta il buon senso…” - PER NON MORIRE DI LAVORO – La nostra mission -
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Fa freddo a Milano in gennaio e se fai l’idraulico nei cantieri e hai 59 anni, beh!

E’ dura. Chi non c’è mai stato non immagina quanto freddo possa esserci in un palazzo in costruzione!


La ditta per cui lavora Livio, la Termo********** ********** nel gennaio del 2003 ha firmato un contratto per realizzare gli impianti di condizionamento degli uffici di un nuovo complesso industriale.

“Il giorno prima” dirà Piero, un collega di Livio, “io e il titolare della ditta siamo stati in cantiere per visionare i lavori e prendere le misure”.

Dentro la palazzina ci sono i muratori dell’impresa principale e quelli che rivestono le pareti di carton-gesso, altri lavorano nel grande capannone. Sono in tanti, non tutti si conoscono e c’è la necessità di coordinarsi e programmare bene i lavori per non sovrapporsi. Prevedendo ciò, l’impresa principale aveva richiesto al sub appaltatore, l’Edil******** srl, di mantenere in cantiere un suo incaricato, con lo scopo di collaborare ed integrare il ruolo del Coordinatore per l’esecuzione dei lavori.

Per tale funzione l’Edil******* ha stipulato un contratto di collaborazione con il geometra F.B.

La palazzina uffici è a due piani e nel corridoio principale c’è il vano dove dovranno installare l’ascensore. Al posto delle porte ci sono delle tavole che sbarrano l’accesso al vano, per non cadere giù. Livio e il collega Piero hanno bisogno della corrente per i loro attrezzi. C’è un solo quadro elettrico ed è in cortile.

Tutti si organizzano con le prolunghe e lo fanno anche loro. Per comodità ne fanno passare una dalla finestra, ma questo non piace al geometra di cantiere: “ragazzi mi sporcate la facciata” dice, “fatela passare per il vano ascensore”.

E’ Piero a fare quel lavoro. Dal secondo piano, lega il cavo ad una tavola di legno che fa da parapetto del vano ascensore e butta giù l’estremità del filo, che poi collegherà al quadro elettrico.

Piero e Livio lavorano tutto il giorno.

Stanno all’esterno, su di un terrazzino, fa un freddo cane.

E’ ormai tardi. Dopo le diciassette, d’inverno è già buio ed i pulmini di alcuni compagni sono andati via perché la strada del ritorno è lunga e le giornate in cantiere pesano il doppio.

“Tu rimetti a posto gli attrezzi” dice Livio a Piero: “che il cavo lo ritiro io”.

Il vano ascensore è li vicino. Livio osserva quelle tavole messe a croce sul vano vuoto dell’ascensore. Il cavo elettrico è legato con un cordino alla tavola posta in diagonale, ci vuole poco a slegarlo, basta solo trattenerlo ben saldo, per evitare che poi cada giù.

Fa un po’ paura quel buco nero! Due piani di tre metri ciascuno più la buca dell’ascensore, beh... saranno almeno sette metri! Ma Livio è tranquillo, lui si fida di chi ha fatto il parapetto.
D’altronde sul lavoro bisogna fidarsi dei propri compagni: ”siamo tutti sulla stessa barca, pochi soldi e tanta fatica”. Il nodo fa un po’ di resistenza, forse è colpa del cavo che tira.

Livio si appoggia alla tavola, perché Livio si fida! Un tonfo!

Legni che sbattono! Buio in fondo alla buca! Qualcuno ha sentito, qualcuno chiama! Uno avvisa Piero!

“Non so chi è stato, era il primo giorno di lavoro e non conoscevo i loro nomi” dirà Piero.

E Piero accorre. Dov’è Livio?

C’è il cavo che penzola nella buca ma non vede più la tavola dove l’aveva legato al mattino! Giù di corsa, i gradini a due alla volta. Livio è a terra, nel pozzo buio dell’ascensore. Il telefono! Chi chiama l’ambulanza? Sta arrivando! Dai Livio resisti! Ma Livio non resiste. Alle 20,30 muore in sala operatoria.

C’è freddo il giorno dopo in cantiere, c’è freddo sulla pelle e nel cuore. Fa sempre freddo quando muore un lavoratore (fosse stato persino agosto!)

“Cerchiamo di capire”, dice il dirigente della Polizia Locale, che la sera prima ha sequestrato il cantiere. “Chi è il responsabile del cantiere?” Chiedono gli ispettori dell’ASL.

Gli ispettori guardano la scena del fatto: sono stanchi di arrivare sui luoghi di lavoro per capire come e perché qualcuno si è fatto male, sono stanchi di scrivere rapporti ad un giudice.

Vorrebbero parlare di prevenzione e invece, troppo spesso, devono raccontare di dolore e di morte, ma è il loro mestiere e devono farlo bene. “Guardiamole queste tavole, vediamolo questo parapetto!” Salgono in fretta le scale.

Al primo piano le idee cominciano a farsi più chiare. Tre assi di legno sbarrano il vano vuoto dell’ascensore, dietro di esse pende un cavo elettrico a cui sono legate altre due assi.
Ancora un piano e la scena prende corpo.

Davanti al vano ascensore c’è un’asse posta in diagonale, sotto di essa il cavo elettrico che penzola nel vuoto. Quel maledetto cavo che Livio aveva intenzione di recuperare e di cui ne ha seguito la corsa.

Gli ispettori osservano, ma non è facile neanche per loro. Bisognerebbe sporgersi verso il vuoto per osservare bene, ma non si può, non si deve! “Meglio se andiamo giù a scattare le foto, si è meglio è più sicuro”, concordano gli ispettori.

Entrati nella buca dell’ascensore la prima cosa che salta all’occhio sono i resti del soccorso: gli indumenti di Livio tagliati dagli infermieri, i resti delle medicazioni, macchie di sangue.

Muovendosi con delicatezza, quasi con pudore, volgono lo sguardo verso l’alto e osservano i parapetti o ciò che rimane di essi, al primo e al secondo piano.

“Ma le tavole erano inchiodate dall’interno del vano ascensore! Ed i chiodi non erano neanche piantati fino in fondo! Come poteva mai resistere ad una spinta dall’esterno?” Gli ispettori non dovrebbero, ma si arrabbiano! “Chi lo ha realizzato? Chi lo ha controllato? Convochiamo i testimoni!”

Hassan, il titolare della ditta dei gessisti, dirà: “Quando sono arrivato in corrispondenza dello sbarco ascensori, sia al primo, sia al secondo piano, vi era un parapetto formato da tre fodere di legno poste orizzontalmente che erano fissate sull’esterno del vano ascensore su tre montanti verticali, inchiodati alla porta.

Il parapetto mi impediva di eseguire il lavoro e quindi ne ho parlato con il geometra, il quale mi ha detto di chiedere ad un operaio che lavorava sul piano, non ricordo chi, per togliere e sistemare la protezione in modo che potessi lavorare.

L’operaio ha tolto il parapetto preesistente e ne ha realizzato un altro, in legno, che ha fissato internamente al vano ascensore”. Salvatore, un anziano muratore dell’impresa esecutrice dirà: “Prima tutte le aperture del vano ascensore erano state sbarrate dall’esterno, con tre tavole orizzontali e una verticale in mezzo. Poi i gessisti hanno chiesto di togliere quello del secondo piano, perché dovevano mettere il carton-gesso. Hanno detto di fissarlo dall’interno. Hanno anche detto che ne avevano parlato con il geometra di cantiere.

Allora io ho inchiodato le estremità delle tavole al muro interno dell’ascensore. Quella verticale non l’ho messa perché era corta”.

Agli ispettori fa male verbalizzare quelle dichiarazioni. “Chi può mai pensare che delle tavole di legno, semplicemente inchiodate dall’interno, possano resistere alla spinta di un corpo?
Come può una tavola, fissata in quel modo, al contrario, resistere al peso di un tuo compagno di lavoro?

E’ questa la domanda che dovrebbero porsi tutti: architetti, ingegneri, geometri, carpentieri, muratori, compagni di lavoro. Non serve una legge che lo dica. Basta il buon senso.

Si capisce che è un parapetto per finta! Livio era un idraulico e non s’intendeva di parapetti, ma lavorando nei cantieri sapeva che c’era qualcuno addetto a costruirli e a farli per bene, poi c’era il geometra che doveva controllare la buona esecuzione dei lavori e, ancora, il coordinatore della sicurezza, che doveva prevedere la sequenza dei lavori e fare in modo che ci fosse sicurezza, sempre.

Quindi se nella buca dell’ascensore c’era un parapetto fatto in quel modo voleva dire che qualcuno se ne era occupato.

Dunque Livio si fidava.

Erano i suoi compagni di lavoro.

Il vocabolario alla parola “compagno” recita così: – dal latino cum panis – colui che mangia il pane con te.
Livio si è appoggiato al parapetto perché si fidava di coloro che mangiavano il pane con lui.
Livio era fatto così.

[fonte DORS – CENTRO REGIONALE DI DOCUMENTAZIONE PER LA PROMOZIONE DELLA SALUTE - A cura di Emilio Duminuco PSAL ATS Milano - Ex ASL MI 1]

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